1 aprile 2012

LAVORO - CAPITALE e ... l'altra faccia della democrazia.

Mentre in passato la prestazione lavorativa veniva considerata componente del baratto,
con la nascita del danaro il lavoro venne ricompensato con quest'ultimo; da quel momento perse la dignità ed il rispetto del committente e si relalizzò il cosiddetto primato del capitale sul lavoro.
Non è facile capire il motivo di tale generalizzato modo di vedere le cose, si può ipotizzare che l'immaginario collettivo tenti tutt'ora di trasformare l'incapacità o la poca voglia del singolo a fare (pagando altri per fare cose che non sa o non vuole fare) come superiorità di chi paga rispetto a chi fà; in questa faccenda di lana caprina si tenta ancora di far prevalere l'uno o l'altro a seconda della convenienza. In questa diatriba tra capitale e lavoro è del tutto logico che valga lo stesso ragionamento che si applica al bene ed al male, ovvero senza l'uno non può esistere l'altro.
Nel XX° secolo grazie ai sindacati il lavoro riconquistò la perduta dignità ed in alcuni casi raggiunse vette di super tutela dei lavoratori persino scandalose.
Nel XXI° secolo la prima crisi finanziaria planetaria coincise con quella delle banche che ne furono la causa per avere inventato la finanza creativa ed i titoli tossici. Tutti i governi, scegliendo di soccorrere le loro banche, decretarono il primato definitivo del capitale sul lavoro. Conseguentemente qualunque forma di tutela del lavoro, in Italia, fu vista come attentato allo sviluppo e quest'ultimo, appannaggio esclusivo del capitale. Le norme di tutela del posto di lavoro furono accusate di essere un elemento di rigidità e di impedimento alla creazione di nuovi posti di lavoro ed investimenti dall'estero. Il governo tecnico dell'epoca, come alternativa indolore al tentativo del precedente governo di abrogare l'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, decise di decontestualizzarlo prevedendo di svilirne il contenuto solo per i contratti del settore privato. Alcuni organi di stampa dell'epoca ipotizzarono quella modifica come il primo passo verso la possibile applicazione futura del nuovo articolo 18 ai contratti del settore pubblico. Altri giornalisti, più corvi che aquile, invitarono l'opinione pubblica a non allarmarsi perchè, in tale eventualità, nessun dirigente pubblico avrebbe corso il rischio di licenziare con qualunque motivazione un impiegato, rischiando poi di dover rifondere il danno prodotto all'erario qualora il lavoratore fosse stato, dal giudice, reintegrato nel posto lavoro. Questo ragionamento non avrebbe fatto una piega se non per il fatto che qualunque Ministero dello Stato avrebbe potuto tranquillamente licenziare lavoratori del pubblico impiego senza bisogno di scomodare i propri dirigenti.
Col senno di poi si potrebbe definire ridicolo il tentativo di quel governo Monti di rendere facile il licenziamento in un contesto di crisi generale dell'occupazione, a meno che non si intedesse schiavizzare il lavoratore. E' noto a tutti che negli States licenziare era facile, ma la "loro" crisi occupazionale non è stata inferiore a quella di altri paesi. Tanto interesse nei confronti dell'articolo 18 potrebbe essere servita a distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica da altri seri problemi che non si sapeva o non si voleva affrontare ne risolvere, per fare qualche esempio: riforma del sistema fiscale, aggressione dura dell'evasione, legge speciale contro la corruzione, incarichi pubblici e politici off limits per condannati con qualunque sentenza passata in giudicato.

Anzichè stabilire se è il capitale ad avere il primato sul lavoro o viceversa, con una punta di cattiveria potrremmo affermare con sicurezza che l'incultura, l'ignoranza e la mediocrità non avranno mai il primato sui loro opposti, ma nei contesti democratici potrebbero determinare le maggioranze e spesso lo fanno: questa è l'altra faccia della democrazia !


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