24 gennaio 2016

l “Bagno della Regina” all’Acquasanta, (Palermo).





LA GROTTA DEL BAGNO DELLA REGINA, con quella dell’Acquasanta, fa parte di un complesso di antichi antri termali che comprendeva la cosiddetta “peschiera” e gli elementi architettonici inclusi nella settecentesca Villa Lanterna. Dall’area circostante proviene la più antica raffigurazione del Genio di Palermo.


E TRACCE DI ETÀ PUNICA NELL'AREA CIRCOSTANTE

LE NUMEROSE e coerenti testimonianze puniche, ancora oggi riscontrabili da chi con occhio attento e interesse archeologico percorre la zona dell’Arenella, dell’Acquasanta e delle falde di Monte Pellegrino - ormai ad alta intensità urbana e più volte studiatese da un lato destano stupore ed emozione, dall’altro impongono cautela e rigore, tanto più che gli esiti dell’indagine si riflettono sulla questione controversa del rapporto tra l’insediamento punico di Palermo, del quale si sa ben poco, e il Monte Pellegrino. Il sito può essere identificato con la fortezza ubicata dalle fonti sul monte Eirkte e con l’accampamento di Amilcare Barca al tempo della prima guerra punica. Così ci tramanda Polibio, che attinge probabilmente dallo storico Filino di Agrigento, al seguito dell’esercito cartaginese. La sopravvivenza di dati storici e archeologici eterogenei, in un contesto assai alterato e ormai inglobato nel tessuto urbano, ha composto pian piano un quadro che ci è apparso unitario in base ad alcune evidenze significative. Ci limitiamo a presentare i dati, lasciando ad altri l’esegesi e lo studio approfondito.

Gli elementi archeologici, relativi a uno stabilimento antico di acque minerali ancora oggi copiose,  connsentono di proporre un’ipotesi che lentamente ha preso consistenza, rafforzandosi con l’acquisizione di indizi più sicuri, pur nella esiguità dei dati superstiti individuati. L’esigenza di tutelare un luogo ritenuto fin da tempi remoti segnato dalla presenza della divinità, che si manifestava in tutta la sua potenza salvifica, ci induce a vincere ogni esitazione e a presentare, pur con dati assai ridotti, un’ipotesi che appare coerente ma che avrebbe bisogno di ulteriori e ben più ampi riscontri.
Il “Bagno della Regina” all’Acquasanta consiste in un ambiente con una vasca artificiale, già preso in esame dagli studiosi e ritenuto molto suggestivo. La presenza di alcuni particolari induce oggi a superare le perplessità sulla sua funzione. Si tratta di una grotta marina il cui soffitto trasuda ancora di abbondante acqua minerale, che ha lasciato tracce pluri millennarie. Vi si accede attraverso una scaletta e un sentiero intagliati con tecnica antica nell’alta costa rocciosa, seguendo un percorso scavato nel calcare  che giunge in un vasto antro invaso dal mare fino ad un ampio sedile, affiancato ad un seggio di dimensioni più ridotte . Poco prima il sentiero si divide in due rami, a destra segue l’andamento della costa sviluppandosi in una breve diramazione con gradini che conduce ad un secondo sedile, rivolto verso una conca oggi invasa dal mare, prima di proseguire verso altre cavità con acqua termale che si aprono sul fronte marino sino all’Arenella. Qui si riscontra una grotta con fronte colonnato, già segnalata come probabile ninfeo antico. Oggi il percorso originario si interrompe bruscamente per l’erosione del tratto di costa particolarmente esposto alla violenza dei marosi, denotando in tal modo l’antichità del sentiero intagliato accuratamente nella roccia. Il suo sviluppo si spiegherebbe solo se conducesse ad altre cavità costiere.
Brevi tratti del sentiero scavati dall’uomo persistono infatti in anfratti rimasti oggi del tutto privi di accesso da terra. A sinistra rispetto all’ampio sedile dell’ingresso del “Bagno della Regina”, il percorso si volge, attraverso alcuni gradini scavati nel calcare alla base di un imponente deposito carbonatico di sali candidi depositati dal deflusso termale, verso una vasca ovale con sedile sommerso dall’attuale livello del mare, che penetra attraverso alcune fessurazioni non originarie. 

I pochi studiosi che hanno esaminato la struttura, pur riconoscendo la grande suggestione e la sacralità del luogo ed ammettendone il possibile impiego come bacino lustrale, in mancanza di indizi che ne denotino l’antichità, non hanno comunque escluso che la vasca “possa aver avuto scopi pratici, forse a carattere balneare, e che la sua esecuzione sia quindi avvenuta in età abbastanza recente”.


Alcuni significativi indizi sono stati, a nostro avviso, trascurati: la vasca era originariamente alimentata solo da acqua termale, che sgorgando dalla parete rocciosa a monte, attraverso un condotto rettilineo sottostante i gradini, defluiva in essa . Lo dimostra il suggestivo deposito carbonatico bianco a balze discendenti, oggi parzialmente danneggiato al punto da consentire l’accesso - un tempo precluso - ad un’altra cavità adiacente. Il condotto sotterraneo a sezione quadrangolare, che inizia alla sommità dei gradini per convogliare l’acqua nella vasca, consentiva evidentemente di scendere all’asciutto nel Bagno, colmo d’acqua minerale e non marina, il cui livello era mantenuto costante da un foro di deflusso praticato ad idonea altezza nei pressi del sedile. Si tratta di un accorgimento assolutamente incompatibile con un uso balneare e non terapeutico e con una realizzazione in età abbastanza recente. 
Inoltre, in un angolo della parete interna della vasca, nell’estremità superiore, è ricavata una piccola nicchia, che costituisce un sicuro piano d’appoggio per il deposito di un lume. Oggi l’ambiente non necessita d’illuminazione poiché un ampio squarcio della parete rocciosa consente alla luce di penetrare all’interno dell’antro. E dunque, se non si vuole ipotizzare un improbabile uso balneare notturno rischiarato da una lucerna, occorre necessariamente ammettere che il Bagno fosse utilizzato prima del crollo - sicuramente in antico - della parete rocciosa, quando la luce nell’ambiente appariva assai più tenue.
Le tre nuove evidenze, il lungo sentiero costiero intagliato con tecnica antica ed oggi interrotto, il canale d’adduzione dell’acqua minerale con foro di deflusso e la nicchia per lucerna nel “Bagno della Regina”, consentono a nostro avviso di escludere l’uso balneare e la realizzazione in età recente, ed inducono invece ad ammettere l’impiego terapeutico in età antica. Troverebbe così una plausibile spiegazione il doppio sedile tutt’oggi visibile appena varcato l’ingresso dell’antro: il più ampio per i visitatori in attesa, il singolo per chi controllava l’accesso alla vasca. 

La denominazione popolare del Bagno, ascritto a una Regina
 come la ben nota Grotta di Capo Gallo ricca di iscrizioni e simboli punici che attestano il culto di Shadrapha e Iside, è stata ritenuta allusiva ad un antico attributo divino, che potrebbe facilmente riconoscersi “nella speciale devozione locale per l’Immacolata” all’Acquasanta, costante nel tempo. La cavità appartiene allora ad un vasto ed unitario complesso d’antri termali a livello del mare, che dall’Acquasanta giungeva fino all’Arenella. La prima di tali grotte, quella dell’Acquasanta appunto, è sede di un culto assai antico.Scriveva il Villabianca: “Questa santa sorgiva d’acqua resta dentro una chiesetta ove venerasi la Regina del cielo e della terra” e Maja spiegava la denominazione dell’acqua come santa, “primo per dimorare sempre nella chiesa e poi per le sue ottime sperimentate qualità che produce miracoli concessi da Dio per sanare varie infermità”.

Non sembra sia stato notato che dall’altare settecentesco inglobato nel fondo dell’antro - proprio dal tabernacolo - si accede ad altre cavità, oggi interrate, dalle quali fluisce ancora dell’acqua sull’altare. Evidentemente l’interramento ha precluso l’accesso ad una serie di antichi ipogei, che si sviluppavano a differenti altezze rispetto al livello del mare. Un altro particolare significativo dell’originaria struttura sembra essere quello relativo all’antica esistenza di un bacino di raccolta dell’acqua - la cosiddetta “peschiera” - fluente dalla grotta all’esterno dell’antro, nell’antistante approdo. Quest’ultimo risulta ancora oggi separato, nonostante innumerevoli ed anche recenti alterazioni, in due zone nettamente distinte: una esterna, più ampia, costituita dallo spazio portuale, l’altra, più piccola ed esattamente delimitata, costituita dalla vasca di raccolta dell’acqua termale in questione. Quale spiegazione si potrebbe altrimenti fornire della persistenza di tale netta demarcazione tra il bacino portuale e l’antica piscina ancora individuabile nel suo fondo interno nella parte interna del porto, proprio dinnanzi alla grotta termale? 
La piccola chiesa della Madonna dell’Acquasanta, che già nel 1400 sorgeva in riva al mare e ove, secondo il Villabianca, era stata ritrovata e venerata nell’anno 1022 una sacra immagine epigraficamente commemorata nel 1647, venne lasciata in eredità da donna Luisa Calvello, il 7 febbraio 1400, ai Frati Benedettini di San Martino delle Scale; passò successivamente al barone Mariano Lanterna, che all’incirca nel 1774, quando ancora l’interesse per le antichità egizie era assai limitato, eresse a pochi metri di distanza dalla grotta una piccola e deliziosa casina- decorata con motivi rocaille in stucco e insolitamente non orientata verso il mare  - che ingloba su di un’ala laterale un portale murato con due colonne in fine arenaria tagliate in sezione e stuccate, al momento di difficile interpretazione. Grandi blocchi ed elementi architettonici di fine arenaria, reimpiegati provenienti da un’unica, imponente struttura, sono evidenti nelle due ali del recinto antistante la villetta.
QUALCHE PIETRA, con antiche grappe plumbee, sembra essere addirittura nell’originaria posizione di giacitura. Si tratta di elementi architettonici assolutamente anomali nell’architettura del ‘700 e mai segnalati. Si riconoscono stipiti, cornici, piedritti, un capitello con triplice solcatura; strutture evidentemente già esistenti sopra la grotta dell’Acquasanta nel momento della costruzione di Villa Lanterna. La suggestione che emana da un complesso siffatto evoca pratiche antiche del culto delle acque. 
Ad Amrith, a Sidone, ad Antas in Sardegna, sono stati individuati santuari fenicio-punici, collegati all’acqua - con bagni lustrali e piscine dinnanzi a sorgenti,
come quella dell’Acquasanta - nei quali si riscontrano elementi architettonici assai imponenti e in qualche caso soggetti ad una costante riutilizzazione in età successive alla fenicio-punica. E’ recente la notizia del rinvenimento in Sicilia, a Mozia, a breve distanza dal cothon, di un santuario punico, che ha indotto a modificare la tradizionale interpretazione del bacino come porticciolo ed a supporre l’esistenza di un collegamento della piscina alla celebrazione di riti sacri. 
Accanto alla “peschiera” dell’Acquasanta, nei pressi dello stabilimento idroterapeutico Pandolfo, che nel 1871 aveva tentato di valorizzare l’efficacia dell’acqua della zona, appaiono a tratti grandi blocchi regolari, come muro di contenimento della scarpata del rilievo, simili a quelli della cinta muraria antica di Palermo, rintracciata sotto il convento di S. Chiara, nei pressi della Martorana o a Palazzo Reale

La chiesa della Madonna dell’Acquasanta era dotata di quattro altari ed il luogo cultuale originariamente constava di più antri, almeno due di fronte allo stabilimento Pandolfo, altri tre in riva al mare. Proseguendo poi lungo la costa, proprio sotto il cosiddetto tempietto di Villa Igiea - controversa e rimaneggiata struttura ritenuta da qualche studioso ellenistica - si riscontra un’altra grotta marina  con acqua termale che sembra sia stata danneggiata dalla mareggiata che negli anni ’70, infrangendosi su tale tratto di costa, distrusse la diga foranea del porto di Palermo. Dopo la grotta delle Giarraffe, si perviene alla cavità del Bagno della Regina e ad un successivo riparo più elevato rispetto al livello del mare, al centro dell’area occupata dall’Ospizio Marino. Si giunge infine alla grotta dell’Arenella, oggi utilizzata dalla Lega Navale. La cavità, oggetto della nostra attenzione e di una tempestiva segnalazione, presenta un fronte colonnato che è stato alterato, successivamente alla pubblicazione, da attività che ne hanno modificato l’aspetto originario, asportando meccanicamente la patina antica e ribassando il piano interno di calpestio. Inoltre è stato abbattuto il muro che inglobava le colonne ed aggiunto un archetto nell’architrave roccioso. Così, però si è resa visibile una riparazione sicuramente antica di un rocco di una colonna, altrimenti non evidente. 
Non sembra che il vicino magazzino, un tempo ricovero delle barche della tonnara dell’Arenella ed artificialmente intagliato nella roccia, abbia fatto parte dell’originario complesso naturale di grotte termali, nonostante siano stati segnalati all’interno dell’escavazione frammenti ceramici antichi.
La terapeuticità dell’acqua, fluente dal complesso degli antri determinò l’attribuzione alla ninfa della salute Igiea del sanatorio, che i Florio, residenti nei pressi, progettarono di realizzare intorno al 1899, in seguito all’acquisto del villino Downville.  Presto convertirono la struttura in lussuosa residenza, ove nacque una figlia di Vincenzo Florio che ne ebbe il nome. Il villino Downville, sorto da un ampliamento del Casino Pignatelli, presenta in una foto del 1870 circa una colonna in stile dorico dal lato del magazzino. Esso fu a sua volta incluso nel recinto ad occidente della nuova Villa ed è ubicabile nel giardino di Villa Igiea con la facciata volta verso l’insenatura dell’Acquasanta.

E’ opportuno ricordare che proprio al culto della ninfa Hygieia o di Atena Hygieia sono state attribuite alcune arulette con motivi vegetali rinvenute nei dintorni di Palermoe che di recente l’attenzione degli studiosi si è rivolta a grotte – santuario fenicio-puniche connesse alla navigazione,
sottolineando talvolta l’incertezza dei contesti, l’accentuato stato di distruzione, la difficoltà di esatte datazioni, la rarità in genere di reperti e strutture ancor oggi leggibili, ma anche l’indubitabile sopravvivenza di alcuni siti veramente notevoli: oltre alla già ricordata Grotta Regina a Capo Gallo, Ras Il-Wardija, complesso sacro collegato all’acqua con canali e cisterne in una delle zone più aride dell’isola di Gozo; la Grotta del Papa nell’isola di Tavolara presso Olbia, in Sardegna, accessibile solo dal mare e con un piccolo lago di acqua dolce all’interno; la Cueva d’Es Cuieram ad Ibiza, nelle Baleari, in posizione panoramica a distanza dal mare con “bagni o piscine”; il complesso Gorham’s a Gibilterra che si presenta, come all’Acquasanta, con una serie di grotte a schiera a livello del mare utilizzate per scopi cultuali dal VII al II sec. a.C.; ed infine una grotta recentemente rinvenuta a Marettimo con polle d’acqua ed abbondante ceramica punica. 

Sembra che tali complessi archeologici possano essere considerati come relativi ad “un nuovo tipo di santuario, il tempio costiero, principalmente extraurbano, ove si effettuavano pratiche volte all’uso dell’acqua come elemento di culto” e terapeutico, a “riti oracolari connessi alle navigazioni ed alla prostituzione sacra”.
Nel caso dell’Acquasanta, il degrado ambientale sempre più accentuato per la vicinanza della città e l’oggettiva impossibilità per noi di verifiche e d’ulteriori indagini hanno indotto a proporre quella che, allo stato attuale, appare solo come una mera ipotesi: che cioè sulla costa, dall’Acquasanta all’Arenella, potesse sussistere un complesso di grotte con acqua minerale, utilizzata per scopi di cura fin dall’età antica. 


E’ nota la questione relativa alla provenienza della stele punica dell’Acquasanta (fig. 28) che ha indotto addirittura ad ipotizzare la presenza di un tophet nella zona, sebbene l’opinione prevalente oggi tenda a considerare la pietra di origine non locale, in base all’analisi iconografica, in attesa di più sicure conferme petrografiche.
Anche in questo caso, non sono da trascurare alcuni dati significativi. 
Il primo editore del reperto, Giacomo De Gregorio, nel 1902 dichiarava che la stele era stata rinvenuta in un magazzino agricolo del podere Downville tra pietre e fossili; nel 1917 il fratello Antonio, noto naturalista siciliano, ricordava invece che era stata trovata in alcuni mobili antichi acquistati da Downville, anche se poi finiva per propendere per la natura locale della pietra e dunque per la sua manifattura nell’ambito della Conca d’Oro, E’ evidente la confusione tra i due studiosi ed il credito che si deve accordare al primo editore, per quanto sia possibile che entrambi ricordassero bene: che cioè la stele, conciliando le due dichiarazioni, era stata ritrovata nel magazzino agricolo di Downville in alcuni mobili, venduti alla famiglia De Gregorio. Sia nel primo che nel secondo caso, l’aver conservato la stele punica nel magazzino agricolo depone in ogni caso per un’origine locale del reperto, tenuto da Downville in scarsa considerazione. E’ inoltre difficile credere che un naturalista esperto come Antonio De Gregorio - profondo conoscitore di fossili e rocce siciliane - si fosse ingannato sulla natura locale della pietra utilizzata per realizzare la stele; la sua esitazione piuttosto si giustifica a causa della singolarità del reperto dal punto di vista archeologico ma non geologico. A noi inesperti sembra possibile raccogliere pietre calcaree, simili per grana e colorazione scura, nello stesso parco di Villa Belmonte, ma anche appare da escludere la presenza di un tophet nella zona. D’altra parte, la stele si sostiene essere certamente connessa ad un tophet, che la distanza dal centro abitato di Palermo rende nel luogo assai improbabile. 

La questione è allora destinata a restare aperta, ma è evidente che occorre focalizzare l’attenzione archeologica sulla zona prima di ulteriori devastazioni ed effettuare al più presto l’accertamento petrografico della natura della stele. 
La scelta del Monte Pellegrino nel 247/6 a.C. da parte d’Amilcare come accampamento militare per tre anni contro Palermo, caduta nelle mani dei romani durante la prima guerra punica, potrebbe non essere affatto casuale: il luogo, idoneo per la conformazione naturale ed il controllo della via costiera verso Drepano ed Erice, per l’abbondanza dell’acqua e degli approdi dell’Acquasanta ed Arenella sull’itinerario marino da Palermo verso Lilibeo, e di quelli dell’Addaura e Mondello, tutti con frammenti ceramici e ceppi plumbei del III sec. a.C., potrebbe essere stato scelto, anche perchè posto sotto la protezione divina per la presenza di sorgenti terapeutiche.

Un vasto appezzamento di terreno alle falde di Monte Pellegrino, tra la Forestale e la “Scala Vecchia”, dinnanzi alla Grotta del Condannato e l’approdo dell’Acquasanta, conserva abbondante ceramica domestica punica, sempre della metà del III sec. a.C., resti d’abitazioni, di una via acciottolata e muri interrati. Si tratta di un lembo dell’antico accampamento, miracolosamente integro, che si estendeva verso Villa Belmonte e l’Acquasanta e controllava l’accesso al Monte, ove in località Prima Cupola sussistono ancora strutture architettoniche puniche, una cisterna e ceramica a vernice nera di maggiore pregio. Un edificio punico è stato ritrovato in occasione della realizzazione della nuova strada sotto la Prima Cupola, ma nel disegno pubblicato erroneamente si propone erroneamente un fronte con tre colonne circolari, che i reperti, in parte miracolosamente sopravvissuti, nel luogo smentiscono, trattandosi di piedritti quadrangolari e non di colonne circolari. 
Nel lembo integro del campo, a monte della Forestale, e nel presidio che si estendeva sino alla zona della coffeehouse di Villa Belmonte, segnalata da Antonio De Gregorio, sono numerose le anfore Mañá D, talune con iscrizioni [in un timbro si leggono le lettere yod e lamed separate dal caduceo, in un altro proveniente da Prima Cupola un monogramma e bolli con il simbolo del caduceo, ma si rinvengono anche numerose palle di pietra e ciottoli levigati, il cui impiego militare appare possibile. In base a reiterate osservazioni di superficie effettuate in idonei periodi dell’anno, si può ipotizzare che ogni struttura abitativa, dotata di focolare, fosse simile all’altra e costruita con bassi muretti parzialmente incassati, senza traccia d’alcuna copertura. I frammenti di un’anfora Mañá D sembrerebbero essere presenti in ogni ambiente insieme a poche ripetitive stoviglie d’uso quotidiano. Pedine da gioco, attrezzi metallici, monete puniche della metà del III sec. a.C. con Tanit/Kore e protome equina, pesi da telaio, punte di freccia e di pilum sono stati riscontrati nel sito. Gli accessi alla sommità del monte appaiono inoltre, su tutti i versanti, controllati da vedette segnalate puntualmente da ceramica punica della metà del III sec. a.C. ed ubicate sempre sia a monte che a valle dei sentieri d’ascesa. Un raro punzone ceramico punico con cavallino corrente proviene dalla Valle del Porco ed indica l’adiacenza di uno stanziamento permanente del III sec. a.C. 

Ad altri spetta l’indagine archeologica ed il riscontro puntuale delle ipotesi proposte, a noi sembra soltanto possibile sostenere che nella zona, ritenuta a lungo benedetta, per la presenza dell’acqua terapeutica - Acquasanta appunto - sia stata ritrovata la più antica immagine del Genio di Palermo, quella del Molo.  Dal 1566, per ventitré anni di lavoro continuo, la zona infatti fu sconvolta dai lavori di cava di una nuova banchina del porto, ironicamente chiamato “d’argento” per il suo enorme costo.
Ad un’estremità fu incastonata in un monumento un’immagine con leonté, che impugna un serpente, decorata da venature in rilievo, di cui s’ignora la provenienza, ma che sempre è stata connessa all’acqua ed alla guarigione, tanto da apparire, ancora come Genio della Salute, sul portale del seicentesco Lazzaretto realizzato all’Acquasanta.

Negli anni ’50 numerose cave della zona funzionavano per il porto di Palermo e restituivano tesoretti monetali punici, oggi dispersi. E’ davvero sorprendente notare come un territorio modificato dalle devastazioni dell’uomo riesca a conservare a lungo tracce d’antiche pratiche e strutture, che possono ovviamente essere interpretate solo fino ad un limite estremo; di esse - se non si procederà con interventi adeguati - non resterà più nulla di significativo.










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